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Margherita Moscardini

Inhabiting without Belonging

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In mostra, una serie di sculture e disegni elaborati immaginando una Terra non appropriabile come sono le porzioni di Alto Mare, tra le poche aree del pianeta non sottoponibili alla sovranità di alcuno stato. In quanto tali, esse rappresentano una risorsa per l’umanità intera; un bene comune che, attraverso accordi internazionali, può essere attraversato e utilizzato a scopi di ricerca e per lo sfruttamento di risorse.

L’artista identifica queste aree come vuoti densi di potenzialità, che se da un lato ci ricordano l’inappropriabilità del pianeta di cui ogni specie è ospite, dall’altro, in continuità con il progetto The Fountains of Za’atari (2016-2019) sviluppato in Giordania nel più grande campo per rifugiati siriani, evidenziano la necessità di un cambio di paradigma capace di servire questo tempo.

The Fountains of Za’atari. Video, 4K, 52’14’’, sottotitolato in inglese. Courtesy Collezione Maramotti, Reggio Emilia.

Dallo spazio eccezionale e paradossale di un campo profughi, possiamo credere possa nascere un cambio di paradigma che protegga il cittadino non più sulla base del principio di appartenenza territoriale, come nello Stato-nazione, ma sulla base del diritto a migrare?

Si tratterebbe di un’altra idea di cittadinanza, restituita alla Città e fondata sulla condizione stessa dell’esilio; su una nuova coscienza storica dentro cui l’uomo possa riconoscersi come straniero residente, oltre la spartizione del pianeta in stati nazione e verso una cittadinanza universale.

Da questa ricerca, nasce il progetto di sculture di vetro che è il nucleo centrale della mostra Inhabiting without Belonging, “abitare senza appartenere”, affermazione con cui la scrittrice Silvia Bottani ha sigillato il pensiero recente dell’artista e il suo lavoro sopra il campo per rifugiati di Za’atari.

Nello specifico, il nucleo di sculture The High Seas of the Planet Earth illustra le aree di Alto Mare del pianeta che, da essere una convenzione, diventano così terre emerse, isole, arcipelaghi. Il lavoro nasce dalla volontà di dare consistenza e peso specifico a territori attualmente normati, allo stesso modo in cui l’artista auspica saranno normate in futuro tutte le terre emerse.

Margherita Moscardini, Inhabiting without Belonging, 2020. Veduta della mostra presso Renata Fabbri arte contemporanea, Milano. Fotografia di Andrea Rossetti. Courtesy l’artista e Renata Fabbri arte contemporanea.
Margherita Moscardini, Inhabiting without Belonging, 2020. Veduta della mostra presso Renata Fabbri arte contemporanea, Milano. Fotografia di Andrea Rossetti. Courtesy l’artista e Renata Fabbri arte contemporanea.

Tali lavori scultorei possono essere mostrati su ogni lato, ribaltati, appesi, sollevati, interpretando, in questo modo, la natura della scultura. Pertanto, essi sono ancorati contestualmente, ma sono sempre da considerarsi come oggetti svincolati dai propri supporti: come lo straniero residente, come chi abita senza appartenere.

Il bassorilievo in bronzo Inhabiting without belonging è l’ingrandimento della calligrafia di una bambina nata in Siria nel 2011 proprio nei giorni in cui scoppiava la rivoluzione e alla quale la mostra è dedicata, perchè oggi lei incarna la condizione personale e politica dell’esilio. L’uomo nudo e senza stato è come l’oro, che affiora nel bronzo se lo si tocca ripetutamente.

Margherita Moscardini, Inhabiting without Belonging, 2020. Bronzo, 100 x 180 cm. Fotografia di Andrea Rossetti. Courtesy l’artista e Renata Fabbri arte contemporanea.
Margherita Moscardini, Inhabiting without Belonging, 2020. Veduta della mostra presso Renata Fabbri arte contemporanea, Milano. Fotografia di Andrea Rossetti. Courtesy l’artista e Renata Fabbri arte contemporanea.

L’ovale di legno di rovere incornicia un planisfero su cui sono evidenziate le aree di Alto Mare del pianeta Terra. L’utilizzo di un pigmento puro, di una terra d’ombra, sottolinea come siano le terre emerse l’obiettivo di questa speculazione.


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