Viewing Room Entr-Acte

Entr~Acte

Ludovica Anversa, Federico Cantale, Ambra Castagnetti, Francesco Maluta, Andrea Martinucci, Jimmy Milani, Giacomo Montanelli, Ludovico Orombelli, Francesco Pacelli, Ottavia Plazza, Adelisa Selimbašić

Virtual Tour & More

La mostra collettiva Entr~Acte, pensata come progetto speciale in aggiunta alla programmazione ufficiale della galleria, seleziona e raggruppa una serie di approcci pittorici e scultorei di giovani figure dell’arte contemporanea italiana. Il titolo, che tradotto in lingua italiana significa letteralmente “intermezzo”, è un omaggio al cortometraggio Entr’Acte (1924) del regista francese René Clair, considerato il manifesto per antonomasia del cinema dadaista. Entr~Acte si struttura come un assurdo e stravagante susseguirsi di immagini e situazioni grottesche, in cui il rutilare di immagini, assieme al montaggio ludico e sperimentale, vogliono stimolare la libera associazioni di idee e sensazioni estetiche. A partire da tale caposaldo della cinematografia d’avanguardia, la mostra collettiva accoglie e instaura un dialogo fra undici pratiche artistiche, le quali – poiché non legate tra loro da particolari intenzioni narrative – ripropongono e sostengono una vitalità espressiva che permette ad ognuna di queste di associarsi, dissociarsi, scomporsi e ricomporsi in piena libertà. 

Le possibilità di dialogo che si innescano all’interno di uno scenario così ampio e sfaccettato, ricco di esperienze e visioni soggettive, evidenzia infatti quanto sia variabile la percezione di uno stesso concetto o di uno stesso momento esperito. Così come nelle sequenze irrazionali del cortometraggio, i singoli si fanno portavoce di una propria identità e di un proprio inventario di pensieri in grado di inscriversi e stravolgere le logiche del quotidiano, mettendo in discussione la stessa percezione della realtà e mostrando nuovi punti di vista.


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Ludovica Anversa

La ricerca di Ludovica Anversa indaga l’oscillazione fra attrazione e repulsione, sensualità e inquietudine, familiare e sconosciuto. Il suo processo pittorico si delinea in un continuo alternarsi tra stratificazioni e cancellature, come in una sorta di sepoltura e riesumazione dell’immagine. Indagando i limiti tra figurazione e astrazione, la presenza di figure umane si assopisce, senza scomparire.

Nell’opera Abbracciando la tua ombra le mie ossa si inarcavano come fiori, la traccia di una spina dorsale diviene reminiscenza vaga, ricalcata dalla linea incoerente e decentrata di un ramo. L’intento è quello di creare un’instabilità visiva, in cui l’immagine diventa chiara solo in alcuni “momenti”. Come se, nel tentativo di seguire con lo sguardo un flusso di immagini che si susseguono velocemente, vi fosse una sorta di rallentamento momentaneo, rivelatore di un istante altrimenti troppo rapido. Il corpo diventa così “presenza-assente”, ora riconoscibile, ora campo di tracce indeterminate.

Federico Cantale

Influenzato dalla vita di tutti i giorni e rifacendosi ad alcune intuizioni maturate dall’uomo nel corso della storia, Federico Cantale dà forma a nuovi enigmi visivi attraverso un’esplosiva e meticolosa progettazione. Le sue sculture, pezzi unici da osservare nella loro interezza, fanno l’occhiolino alla pittura attraverso il colore e una stretta relazione tra il progetto bidimensionale e la sua trasposizione nella tridimensionalità.

Secondo tentativo di immersione o la piscina è composta da due sculture in legno laccato, le cui forme essenziali e sintetiche dialogano tra loro nello spazio, come metafora di un continuo rincorrersi senza mai raggiungersi. Duebagnanti, due amici, o forse due amanti. Il Sole è in acqua come ogni giorno all’ora del tramonto, intento a fare il bagno. La Luna dall’alto vorrebbe raggiungerlo, è lì per entrare, cercando di superare il timore verso l’acqua fredda. Lui urla di buttarsi, ricordandogli che dopo poco starà bene, come ogni volta.

Ambra Castagnetti

I lavori di Ambra Castagnetti ritraggono un mondo non antropocentrico abitato da presenze di diversa natura in cui tutti gli elementi si compenetrano in un sistema interdipendente. Tale mondo non presuppone una pacifica utopia, avendo origine dal caos della natura e del desiderio umano, ma implica diverse relazioni di causa-effetto.

L’opera in mostra, BALALAJKA, riprende il nome da uno strumento della tradizione russa appartenente alla famiglia del liuto. La scultura, in ceramica smaltata, è percepita come un canto, dove i serpenti vitali scorrono in una danza incessante tra luce e oscurità, mentre la testa da cui crescono sembra intorpidita nel suo coma eterno. La pratica scultorea dell’artista spazia dal tracciare forme direttamente dall’oggetto, alla modellazione ex novo della materia grezza, assecondando così la necessità del pensiero di esperire l’altrove, connessa a una misteriosa iniziazione del mondo. 

Francesco Maluta

Liberato da qualsiasi trascendenza metafisica, il bestiario favolistico di Francesco Maluta ci catapulta con ironia nella tragedia dell’infanzia, tra l’epica maestosità di feroci belve indomabili, e la rassicurante, un po’ goffa, domesticità degli animali impagliati e dei peluche. I dipinti ad olio, che siano grandi narrazioni epiche o piccole scene, si contraddistinguono per una tavolozza che spazia tra i toni acidi dei gialli–verdi e i profondi bruni– violacei sapientemente intrecciati per mostrare una visione apocalittica del mondo traversata da barlumi di speranza.

Il titolo dell’opera, Non chi comincia ma quel che persevera, è tratto dal motto usato dall’equipaggio della nave scuola Amerigo Vespucci, e attribuito a Leonardo Da Vinci. Utilizzato per spronare i giovani cadetti a fare gioco di squadra per raggiungere gli obbiettivi preposti, il detto in questo caso vuole sottolineare l’importanza di un doveroso cambiamento di rotta verso una coesistenza consapevole e sostenibile tra uomo e natura. Gli animali ritratti in un habitat fantastico e onirico, con spirito risoluto e collaborativo al di là della specie, sono intenti ad aiutarsi nel loro comune obbiettivo: raccogliere e nutrirsi di una nuova consapevolezza.

Andrea Martinucci

Il percorso di Andrea Martinucci integra media e linguaggi diversi come pittura, moving images ed elementi digitali. Coniugando il proprio background in multimedia design e il forte legame con il mezzo pittorico, l’artista esplora così la compenetrazione tra l’immaginario estetico digitale e l’apparato estetico e normativo che definisce la pittura. Non solo interroga il ruolo della superficie pittorica come spazio di rappresentazione dell’esperienza contemporanea, ma intende integrare la temporalità e le prassi del digitale a mezzi più tradizionali.

La complessa architettura immaginifica del progetto Turbomondi si articola in una serie di cosmografie, dipinti, disegni, fondali scenici, una sceneggiatura e un film, Turbomondi (Melodia), vincitore di Cantica21, in cui vengono immaginati mondi sospesi, popolati da creature alla perpetua ricerca della loro integrità e in continua evoluzione tra di loro. Cosa sono? Cosa sono stato? Cosa diventerò? Turbomondi ci invita a riconsiderare le idee che ci siamo fatti su cosa significhi esistere, su cosa è la Terra, su cosa è la società. Ogni personaggio, scena e situazione, viene generata dall’inconscio che permette di attingere dal profondo della propria immaginazione per creare nuovi panorami che vanno a ridefinire la struttura effettiva del reale.

Jimmy Milani

Il lavoro di Jimmy Milani è caratterizzato da una collisione continua che interessa le problematicità della progettazione, in cui razionalità e sentimento si scontrano. Un’oscillazione costante tra un’ipotesi progettuale obiettiva e un sentire intuitivo dovuto all’imperterrita necessità di voler bloccare le immagini e le idee percepite. Narrazioni e soggetti iconici si contaminano e si confondono nella bidimensionalità della superficie, slegandosi dall’immagine percepita come elemento contemplativo, e sviluppando così una temperata distorsione del pensiero, reale, spaziale o onirico che sia.

Nato per fuggire è il ritratto su tela di una figura pensante, circondata da una buia cornice dal perimetro incerto. I due elementi si fondono e si sovrappongono dando un senso d’insieme al lavoro. La cornice non ha il solo compito di delimitare i confini, ma si dimostra parte integrante del tutto, dando la definizione di tempo ad una forma. Lo spazio di sospensione dato dalla cornice tra il dipinto e il bianco del muro, qui, si trasforma in un tempo ideale come l’attesa tra il pensiero e la parola, tra l’intuizione e la scoperta.

Giacomo Montanelli

Giacomo Montanelli si interessa ai problemi espressivi della narrazione, inscenando un immaginario che mette in relazione la storia dell’arte con la storia del mondo, cercando la simultaneità di un evento e raccontandolo, in un continuo parallelo tra le rappresentazioni e la creazione di nuove domande che rimbalzano su più dimensioni.

L’opera in mostra, Notte dei tempi, è pensata come un semplice plinto, un basamento che oltre ad essere un display diventa un contenitore, proprio come un comodino che vicino a noi, la notte, è sempre pronto a sostenere qualcosa che ci può tornare utile e a custodire qualcosa di prezioso. Le forme che contiene sono rivisitazioni di conchiglie dell’epoca del Pliocene, che l’artista ha trovato nei dintorni della sua casa natale, e ha poi ridisegnato e ripensato come un nuovo design di fossili pronti ancora a contenere le specie del futuro. Questo lavoro è immaginato come una forma in grado di accogliere, senza aggiungere nel mondo un già detto, come una pagina vuota per scrivere un nuovo dire.

Ludovico Orombelli

I dipinti di Ludovico Orombelli nascono da un processo creativo che non si limita a materiali appartenenti al linguaggio pittorico tradizionale, ma che include anche oggetti d’uso e tecniche limitrofe all’arte. In questo modo, l’artista ha costruito un corpus di opere che indaga l’immagine come presenza oggettuale, in grado di estendere lo spazio fisico e culturale da cui origina. I lavori recenti, come Piumino, nascono dall’appropriazione della tecnica dello strappo, convenzionalmente utilizzata nel restauro per separare, e quindi preservare, affreschi dalle pareti. L’artista si serve di questa tecnica per decostruire supporto e pittura, rendendo visibile il loro punto di contatto. Oggetti precedentemente dipinti danno vita a documenti pittorici che restituiscono le qualità tattili e formali appartenenti al loro spazio originario.

Francesco Pacelli

La ricerca di Francesco Pacelli è un tentativo di mettere in connessione mondi e riferimenti diversi ispirati alla scienza, alla spiritualità, al rapporto tra natura e artificio, alle storie cosmiche, confluendo spesso in situazioni fantastiche e alternative rispetto alla realtà del quotidiano. Il suo lavoro spesso si declina in opere dalle molteplici stratificazioni di senso, presenze enigmatiche ma al contempo familiari, nel tentativo di aprire nuovi possibili scenari di realtà per lo spettatore.

I wonder who you were, when you weren’t there consiste in un’entità ibrida, tra l’organico e l’inorganico, in grado di adattarsi costantemente all’architettura in cui si immerge. Il titolosuggerisce una domanda relativa al ricordo di un’assenza, memorie di quei momenti in cui le condizioni interiori cambiano e si mescolano, generando verità alternative per sé stessi e per gli altri. La scia luminosa nell’opera assume natura scultorea, diventando così fisiologica propaggine del corpo organico da cui viene generata.

Ottavia Plazza

Spesso ispirata alle stanze della sua casa natale, l’artista ne modifica il ricordo per dare vita a luoghi impossibili. Ciò che ne consegue, sono ambienti caratterizzati da piani prospettici illusori, creati mediante livelli di colore, che generano molteplici punti di osservazione all’interno del medesimo spazio. Questo, percepito come una stanza, un ambiente domestico, un mondo fittizio, è sempre il risultato dell’immaginario personale e della rielaborazione del vissuto dell’artista. Le opere di Ottavia Plazza si concentrano in particolare su una serie di elementi salienti che ritornano spesso nelle sue pitture, permettendo così di traslare e ricreare gli ambienti e gli elementi a lei familiari, senza renderli riconducibili alle loro sembianze originarie. Il lavoro, così libero da ogni racconto, oscilla tra la memoria intima dell’artista e lo sguardo riempitivo dello spettatore.

Adelisa Selimbašić

I lavori di Adelisa Selimbašić, tra i quali l’opera in mostra Le Bagnanti, sono caratterizzati da rappresentazioni femminili indefinite, in contesti ordinari, ma al contempo onirici. Attraverso tali raffigurazioni, l’artista ricerca nella pittura una presenza fisica, che diventa quasi tattile attraverso l’utilizzo preciso e accurato di cromatismi nati da un’attenta osservazione della realtà. Questi, trasportati sul supporto pittorico, sono estremizzati fino a raggiungere una plasticità che devia da una visione convenzionale del corpo femminile. Le scelte compositive e formali divengono così strumenti fondamentali per evidenziare l’aspetto più vivo e dinamico dei soggetti rappresentati: la loro natura caratteriale. Alla base del suo lavoro vi è un’attenta ricerca fotografica, non incentrata sulla posa, bensì su una narrazione più legata alla corporeità e all’atteggiamento; non vincolata ad un’unica immagine, ma composta di frammenti e intuizioni visive.